Mi posiziono con chiarezza come anticapitalista, antirazzista, antifascista,
grasso-inclusiva e transfemminista, con una pratica che vuole
scardinare oppressioni e disuguaglianze, non perpetuarle.
Accompagnamento di persone trans, non binarie, genderfluid,
questioning o in cammino verso la propria espressione autentica,
sempre rispettando tempi, modi e narrazioni individuali.
Sostegno alle persone lesbiche, bisessuali, pansessuali, asessuali e a tutto lo spettro delle identità romantico-sessuali, senza richiedere “etichette” o conformità.
Poliamore, coppie aperte, anarchia
relazionale, swinging, polecole e ogni altra forma che sfidi la
monogamia obbligatoria, sempre con un approccio di rispetto,
consenso e inclusione.
Kink, BDSM, sex
working, e ogni dimensione che esca dagli schemi “standard” o
normativi, con un’attenzione a decostruire stigma, vergogna e
pregiudizio.
Il mio stile è diretto, empatico, con cazzimma: non temo la franchezza, ma la unisco a un profondo rispetto e alla costruzione di un’alleanza terapeutica fondata su fiducia,
confronto autentico e responsabilità reciproca.
L’approccio della riduzione del danno nasce nell’ambito delle dipendenze e si è poi ampliato a molte altre esperienze, come l’autolesionismo, i disturbi alimentari o i meltdown autistici.
Non parte dal giudizio o dal tentativo immediato di “eliminare il sintomo”, ma si chiede:
– Cosa sta comunicando questo comportamento?
– Come possiamo ridurre i rischi, la solitudine, la vergogna, e aumentare
sicurezza e strumenti?
Non parte dal “non devi più farlo”, ma dalla comprensione che l’autolesione è spesso un modo per gestire emozioni intense, dolore psichico, sopraffazione. Insieme, possiamo:
– comprendere il contesto in cui emerge;
– costruire alternative possibili e sicure, se e quando sarà il momento;
– ridurre il rischio, invece che punire o colpevolizzare.
La riduzione del danno si oppone agli approcci coercitivi, centrati sul controllo. Si lavora sul rapporto con il cibo e con il corpo, partendo dal rispetto, dalla relazione e dalla sicurezza, senza obblighi o imposizioni violente.
Si può lavorare sulla consapevolezza, sul piacere, sull’evitare danni gravi, senza chiedere a nessunə di rinunciare subito a pratiche che sono (anche) strategie di sopravvivenza.
Nel caso di persone autistiche, l’approccio harm reduction riconosce che i meltdown non sono “scatti” da gestire, ma reazioni legittime a
sovraccarico sensoriale, emotivo, sociale.
L’obiettivo non è farli “sparire”, ma:
– riconoscere i segnali precoci di sovraccarico,
– creare ambienti più sicuri e accessibili,
– validare l’esperienza e proporre strategie individuali, non patologizzanti.
L’approccio affermativo parte da un presupposto semplice e radicale: la vostra identità è reale, valida e degna di essere rispettata. Sempre. Che si parli di orientamento sessuale, identità di genere, romanticismo, relazioni, corpo o neurodivergenze, l’approccio affermativo non chiede spiegazioni, prove, né conformità a modelli esterni.
Significa:
– non mettere in discussione l’identità dichiarata, anche se mutevole, fluida, non normativa o non binaria;
– usare il linguaggio corretto (nomi, pronomi, lessico scelto);
– non forzare percorsi prestabiliti, non assumere “fasi”, “cause”, “confusioni”;
– lavorare insieme per affermare e sostenere il diritto a essere come si è, in modo consapevole, autodeterminato e sicuro.
L’approccio trauma-informed parte dal riconoscimento che molte persone — in particolare chi appartiene a comunità marginalizzate — vivono o hanno vissuto esperienze traumatiche: violenza, abusi, discriminazioni sistemiche, invalidazioni, traumi istituzionali o medici.
Essere trauma-informed significa:
– non dare nulla per scontato: ciò che può sembrare “neutrale” per alcunɜ, per altrɜ può essere un trigger;
– costruire relazioni terapeutiche basate su sicurezza, trasparenza, scelta, empowerment, collaborazione;
– evitare dinamiche di potere oppressive, coercitive o colpevolizzanti;
– riconoscere i segnali del trauma, anche quando non vengono nominati apertamente.
Nel mio lavoro, significa creare uno spazio in cui la persona possa sentirsi accolta anche nella propria vulnerabilità, dove non è obbligatə a raccontare tutto, né a farlo subito, e dove può sentire di avere voce e controllo nel processo terapeutico.
Sono pratiche cliniche ispirate al modello Health at Every Size®, che rifiuta la logica della dieta, della sorveglianza sul corpo e della patologizzazione dei corpi grassi.
Il peso non è il problema. Il peso non è una diagnosi, né un indicatore automatico di salute o malattia.
Il vero problema è la violenza sistemica fatta di grassofobia, stigma medico, esclusione, moralismo e controllo.
Il disagio non nasce dal corpo in sé, ma da come la società lo legge, lo opprime, lo misura.
Salute come diritto, non dovere.
L’approccio AIPS® non prescrive la salute come obbligo morale o stile di vita da raggiungere.
Riconosce che la salute è un processo complesso, individuale, autodeterminato, e che non tuttɜ hanno pari accesso a benessere, cura e sicurezza.
Piacere, libertà, consapevolezza.Non lavoriamo per “aggiustare” corpi. Non inseguiamo il peso “giusto”. Non imponiamo regole alimentari.
Costruiamo invece uno spazio dove ripensare la relazione con il cibo,
con il corpo, con l’autostima.
Un luogo in cui poter disimparare la vergogna, sciogliere il controllo e
riscoprire il piacere, l’intuizione, la libertà.
La mia formazione la costruisco dal basso: attingendo da zine autoprodotte, da testi transfemministi, da vissuti condivisi nelle
comunità, da pratiche collettive, da spazi di militanza, da voci non normate e non istituzionalizzate. La scienza e il sapere non sono mai neutrɜ: sono il riflesso di chi ha il potere. E per questo, nel mio lavoro, faccio del mio meglio per restare ai margini di quei confini imposti con supponenza.
Il mio lavoro si fonda su una prospettiva clinica inclusiva, critica e aggiornata, con particolare attenzione alle persone, trans*, non binarie e gender non conforming, e all’impatto che stigma e minority stress possono avere sul benessere psicologico. Inoltre, per la stesura delle relazioni, faccio riferimento alla versione più aggiornata degli Standards of Care redatti dalla World Professional Association for Transgender Health (WPATH).
Le mie relazioni cliniche sono già state utilizzate in Italia e in diversi Paesi europei per l’accesso alla terapia ormonale affermativa di genere, per la rettifica dei dati anagrafici, per sottoporsi a interventi chirurgici affermativi in Italia ed Europa, e come supporto alla documentazione necessaria per viaggi all’estero.
Ciao! Mi sono trovata davvero molto bene e accolta nel mio percorso. La relazione di disforia di genere è arrivata nel giro di un mese e il prezzo è stato davvero onesto. In generale, la dottoressa è diventatə il mio punto di riferimento per la transizione, tant’è che le chiedo sempre consigli e riferimenti riguardo ad altri specialisti. Oltre a tutto questo, ho ricevuto anche un valido sostegno psicologico in un momento di difficoltà, con risorse e percorsi adeguati. Mi sono trovata così bene che, nella mia vita personale, sto davvero consigliando un percorso con ləi a tutte le persone che ne hanno bisogno.
Benissimo. È grazie a te se oggi sono in ospedale dopo aver fatto lamastectomia. Senza di te non ci sarei mai arrivato, ne sarei arrivato a tutti i traguardi della mia transizione. Grazie














@smoodi